Durata Viaggio

Ho fatto il giro del mondo in 157 giorni e 4 ore

Foto 900x433

lunedì 6 dicembre 2010

Where have you been so far?

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.“    
[José Saramago]




Quanto mi piace la frase che ho messo nel titolo, me la sono sentita ripetere sin dal primo giorno di viaggio piú volte al giorno, letteralmente -dove sei stato cosi lontanto-, é una delle prime domande che ti vengono poste quando incontri un nuovo viaggiatore, circa due settimane fa ho scoperto che accostare le due parole -so- e -far- genera un terzo significato che é -finora-, dopo questa scoperta la frase ha perso un pochetto in bellezza...

Eccomi qua, seduto a scrivere il mio ultimo post su questo blog con un po di anticipo, il pensiero di questo giorno mi ha tormentato dall' inizio del viaggio, é un po come quando non hai tradotto la versione di latino e in sesta ora interroga, l'ansia comincia a salirti da quando metti piede in classe.
Cosa dire ora.
Non so.

giovedì 2 dicembre 2010

Uruguay & Brasil

Il bus arriva in anticipo sul classico ritardo sud americano e per poco non rimango a piedi, mi ero intrattenuto a gustare la mia ultima bella bistecca jugosa e a perdere tempo su internet, il Brasile non è tanto economico quanto il resto del continente, quindi torno alla dieta che mi ha accompagnato nei primi 3 mesi di viaggio: riso e pasta in bianco... maledetto sviluppo economico!
Qualche giorno fa ho lasciato l'Argentina ci tornerò soltanto per prendere l'aereo che mi riporterà a casa...

venerdì 19 novembre 2010

Wellcome to Buenos Aires

Buenos Aires. Decisamente il posto più pericoloso in cui sono stato finora, o forse il posto dove la sfiga ha deciso di colpirmi maggiormente. Dopo quasi due mesi in sud america il senso di insicurezza mi aveva definitivamente abbandonato. 
Abbassata la guardia sono stato subito colpito. Come il peggiore degli idioti.
Arrivato nella capitale argentina con poco più di 10 pesos dopo aver trovato l'ostello la prima cosa che faccio è andare a ritirare. Dopociò con Diego decidiamo di andare a pranzare, entriamo nella metro che è stracolma, persone compresse come sardine che non fanno altro che pestarmi i piedi, stando con le infradito la cosa è molto fastidiosa ma magari fosse stato quello il problema. 
Appena saliti sposto la macchinetta fotografica nella tasca davanti per evitare di farmela sfilare, il portafogli lo lascio nella tasca laterale dei bermuda che fino a poche ore fa consideravo il posto più sicuro dato che ci sono due maledetti bottoni che faccio sempre una fatica immane ad aprire, comunque copro la tasca con la mano per aver maggior sicurezza. 
Il treno comincia un tratto di curve e mi aggrappo alla barra per mantenere l'equilibrio, tanto penso erroneamente che sentire il portafogli sulla coscia sia una sicurezza sufficiente. 
Ad una delle tastate di controllo che do ogni tanto non sento nulla, tocco altre tre o quattro volte ancora nulla, mi tasto nelle altre tasche e ancora nulla, penso che forse sono uscito senza. Guardo per terra con l'ingenua speranza che sia semplicemente caduto, mi guardo intorno ma può essere stato chiunque.
 Poi, come se nulla fosse successo, con una  calma surreale, che non so spiegare, dico a Diego:
 "Me han robado".
 Usciamo dalla metro e resto calmissimo ancora un paio di minuti pensando a cosa fare e cercando di capire come sia potuto succedere.  Realizzo l'immenso coglione che sono di essermi fatto fottere il portafogli con tutti i miei soldi e le carte. Sale rabbia e la paura su come fare ora che mi rimangono in tasca solo 20 pesos. 
Prendiamo un taxi per tornare in fretta all'ostello dove ho il numero per bloccare le carte, nel frattempo chiamo mio padre per farmi confermare che sono un coglione e l'ambasciata.
 L'ambasciata non mi risponderà neanche al numero di emrgenza che mi ha dato la polizia. 
Il taxista mi sente inveire in italiano e alla fine della corsa mi dirà che non devo pensare che gli argentini siano tutti così. 
Oltre ai soldi persi e i problemi derivati dal furto ad acuire la rabbia va ad aggiungersi il valore affettivo per il portafogli e per le banconote che avevo conservato una per ogni stato visitato, senza contare la patente il codice fiscale e il brevetto da sub.
Alle nove e mezza dopo poco  più di tre ore dal furto fatta la denuncia andiamo a cenare.
Camminano  mi rendo conto della situazione in cui versa la città: due ragazzi stanno smontando quanto di più possibile da una serie di moto parcheggiate, altri invece aprono i sacchi dell'immondizia raccogliere plastica e lattine da rivendere, il tutto in vie principali dove la gente non si cura di loro ma guarda e passa.
Ci prendiamo una pizza e ci mettiamo sui tavolini fuori, dopo un minuto arrivano tre dei ragazzi che maneggiavano l'immondizia a chiederci una fetta, uno alliunga la mano e la tocca, allontano la pizza dalle sue mani sull'altro lato del tavolo allora prova a prendere la mia pepsi, ci alziamo per mandarli e quando ci rimettiamo seduti la pizza e la seven up sono sparite.
 La gente intorno a noi non ha fatto altro che guardare la scena.
Con la rabbia che ci fa passare la fame e una pepsi che non ci va di bere, bestemmiando in italiano/portoghese/inglese torniamo all'ostello....

E domani è un altro giorno... 

Speriamo migliore

mercoledì 17 novembre 2010

Cul de sac

Non ho fatto molte foto negli ultimi giorni quindi le metto random
Comincio con un tramonto Australiano


Quattro mesi e mezzo fa sono partito con un terzo zaino pesante e ingombrante senza saperlo senza neanche rendermene conto, pieno di tutte quelle idee pregiudizievoli, stereotipate e generaliste che ho accumulato in ventidue anni, nel corso del viaggio si è rimpicciolito e alleggerito fino a scomparire, o quasi, dopotutto per rendersi conto che una idea sia pregiudizievole serve confrontarsi con qualcosa o qualcuno che la possa confutare o rimarrà sempre tale.


Deliri a parte



Poi un fiume in Nuova Zelanda


Negli ultimi 15 giorni sono rimasto praticamente immobile, l'essere stato leggermente male mi ha costretto a passare svariati giorni chiuso dentro la camera dell'ostello a guardare film e serie tv per combattere la  noia, benedetto streaming! Ancora non sono del tutto guarito ma perlomeno non sono più astenico il che mi ha permesso di uscire dall'ostello. Nonostante ciò mi sono intrappolato in un "cul de sac" argentino, troppo lontano dalle bellezze del sud e del nord e dovrò rinunciare a qualcosa, il centro dell'argentina ha di bello solo le sue città da vivere, come Cordoba e Mendoza.
e uno Americano
 L'unico neo è che si può godere molto più di una città quando è da scoprire ed è diversa.
Già  europei, australiani e americani mi sembravano simili, l'unica vera differenza, che notavo dopo essere stato in Bolivia e Perù, è che io dico "cin cin" e altri mi rispondo "cheers, santè, prost, na zdravìa...", figuriamoci adesso in Argentina, che se non avessi mai aperto un libro di storia potrei pensare che fu una colonia Italiana dato il loro fantastico accento che più di ogni altra lingua si avvicina all'italiano o che se prima in spagnolo quando non sapevo una parola tirando a indovinare avevo buone probabilità di indovinare, qui vai sul sicuro che la parola è come in italiano e neanche più serve aggiungere la S alla fine, per fare un esempio restando in tema di brindisi birra in argentino si dice birra, aggiungiamoci che la pizza è decente, ascoltano più musica italiana di noi, la fiat e il fernet sono ovunque e sono soliti dire "echa la ley, echa la trampa" che le differenze con l'Italia diventano più geografiche che altro. 
Potrei riassumere l'ultima noiosa digressione in una frase del tipo: "Sono partito per vedere il mondo nelle sue diversità per poi rendermi conto che ce ne sono meno di quante immaginassi." Forse è stato proprio vedere senza schermi quei due paesi così lontani dal nostro mondo per farmi sentire più vicini gli altri.

peruviano
Detto ciò torniamo a quello che stavo dicendo (o scrivendo) prima, che ormai avrete completamente dimenticato. Mi manca solo Buenos Aires per uscire da questa parentesi semi italiana, da li il viaggio torna ad essere in riva al mare, e dopo tre mesi di deserti sabbiosi, rocciosi, ghiacciati o di steppa una bella distesa infinita di acqua salata è quello che ci vuole.
Non vedo l'ora di riprendere lo zaino sulle spalle. 
Ormai siamo agli sgoccioli e il tempo più che mai è mio nemico, maledetti backpacker che arrivano dalla direzione opposta, mi sono sempre stati utili per informazioni e sapere quali sono i luoghi più belli ignorati dalla massa, adesso non fanno altro che tirare fuori luoghi che non potrò raggiungere, ci si mette pure Diego a cantarmi delle bellezze del nord del Brasile.
Per ottenere il meglio da questo ultimo mese cerco di fare un piano di viaggio, ma è decisamente contrario a come ho imparato a viaggiare quindi non ci riesco, non riesco a fare un progetto che vada oltre i tre giorni.

E alla fine un lago boliviano


Unica certezza: domani si riparte, domani mi sveglio da questo torpore di cui sono vittima da oltre due settimane!


lunedì 15 novembre 2010

La strada

Prima di mettermi a dormire stavo leggendo l'ultimo post pubblicato sul blog di un mio amico anche lui in viaggio.
L'ho conosciuto  due anni fa quando ero andato a Londra a "lavorare", dopo Londra persi tutti i contatti lo ho rincontrato casualmente l'anno scorso a Santorini, e se mi fossi attenuto alla prima idea del viaggio che avevo progettato forse le nostre strade si sarebbero di nuovo incrociate nel sud-est asiatico che sta adesso attraversando.
Gli ho chiesto quanto mancasse al suo ritorno, quando mi ha risposto che erano pochi i giorni rimasti per qualche strano motivo sono andato a rileggermi i primi post che aveva pubblicato.
Tra  i commenti ho notato il testo di una canzone, l'avevo letta anche tre mesi fa quando aveva cominciato a scrivere, ma per qualche motivo non mi aveva impressionato, questa volta invece a un mese e spiccioli dal mio ritorno mi ha colpito diritto al cuore.

Questo è il blog in questione del mio amico, racconta un meraviglioso viaggio in paesi altrettanto belli, inutile dire che leggendolo in questi mesi ha trasformato, insieme anche hai racconti di altri backpacker incontrati, il sud-est asiatico come mio prossimo futuro desiderato viaggio:





Questo invece è il testo della canzone:



La Strada - Modena City Ramblers

La dritta strada che collega il Gran Canyon a Flagstaff sta perfettamente qui


Di tutti i poeti e i pazzi
che abbiamo incontrato per strada
ho tenuto una faccia o un nome
una lacrima o qualche risata
abbiamo bevuto a Galway
fatto tardi nei bar di Lisbona
riscoperto le storie d'Italia
sulle note di qualche canzone.

Abbiamo girato insieme
e ascoltato le voci dei matti
incontrato la gente più strana
e imbarcato compagni di viaggio
qualcuno è rimasto
qualcuno è andato e non s'è più sentito
un giorno anche tu hai deciso
un abbraccio e poi sei partito.

Buon viaggio hermano querido
e buon cammino ovunque tu vada
forse un giorno potremo incontrarci
di nuovo lungo la strada.

Di tutti i paesi e le piazze
dove abbiamo fermato il furgone
abbiamo perso un minuto ad ascoltare
un partigiano o qualche ubriacone
le strane storie dei vecchi al bar
e dei bambini col tè del deserto
sono state lezioni di vita
che ho imparato e ancora conservo.

Buon viaggio...

Non sto piangendo sui tempi andati
o sul passato e le solite storie
perché è stupido fare casino
su un ricordo o su qualche canzone
non voltarti ti prego
nessun rimpianto per quello che è stato
che le stelle ti guidino sempre
e la strada ti porti lontano 



E dato che ho anche scoperto come incorporare i video  metto pure questo



mercoledì 10 novembre 2010

As sick as two dogs

Eccomi qua che siedo su un bus diretto in nuovo luogo sconosciuto. Guardo il panorama, accanto a me c'è Diego e anche lui fa lo stesso. No non sono tornato in Australia, dopo il profondo gelido sud argentino ho raggiunto diego a Mendoza, al caldo, e  non contento delle svariate ore passate in pullman, con lui ho iniziato un nuovo lungo viaggio verso il nord. Ci fermiamo prima a San Augustin Valle Fertil nell mezzo di un altro deserto per la notte e per fare un tour il giorno dopo, appena scesi alla stazione abbiamo visto il classico omino di hostelling international che raccatta backpacker, io personalmente odio questa catena,  però dato che era sera tardi e tutti e due eravamo stanchi la scritta free transfert sul cartello tenuto in mano dall'omino mi fa cedere e scegliamo quell'ostello, il trasporto gratuito si è poi rivelato l'omino che ci ha accompagnato a piedi all'ostello. Il giorno dopa Valle de la Luna e Valle Fertil, chi l'ha chiamata fertile probabilmente non ha mai visto un prato in vita sua, il paesaggio richiama molto la Monument Valley statunitense: arido senza una goccia d'acqua, l'unica forma di vita sono i Condor che volano sopra la testa dei turisti.
Cattedral Gotica nella Valle Fertil
Avevamo concordato di farci lasciare a La Rioja dopo il tour, ma credo ci sia stato qualche piccolo malinteso, e ci scaricano insieme ad altri cinque ragazzi in un bar al lato della strada nel mezzo del nulla, qui in Argentina è davvero facile trovarsi in un luogo nel bel mezzo del deserto, dove magari la corrente arriva solo alle 7 di sera per non lasciare al buio chi vive e lavora in quella casa/bar. Dopo quattro ore circa passa il bus che va a La Rioja, e ci carica nonostante manchino i sedili per tutti.
Arrivati in città decido con Diego e i nuovi compagni di viaggio di andare diretti a Salta, quindi aspettare altre cinque ore fino alle quattro del mattino l'altro bus, immancabilmente arriva con un'oretta di ritardo prolungando la nostra attesa, e la fame, il bancomat che c'è non funziona e abbiamo speso tutti quanti gli ultimi nostri spiccioli per il biglietto del bus, io riesco a rimediarmi una pepsi qualcuno con più soldi avanzati anche una scatola di alfajores che finisce per essere la cena di tutti.
Arrivo a Salta e la parola d'ordine è RIPOSO.
Passo quattro notti a Salta dedicandomi alla piscina dell'ostello, alla vivace vita notturna della cittadina e a festeggiare in ritardo il mio compleanno dato che Diego quando ha saputo che avevo passato il compleanno in bus insieme agli altri due backpackers con cui viaggiamo mi ha fatto il compleanno a sorpresa con tanto di torta.
Una sera tornando all'ostello due cani per qualche ragione a me ignota mi hanno puntato e inseguito abbaiando, mai corso così veloce in vita mia, non sono sicuro su quanto mi abbiano inseguito i due segugi maledetti prima che riuscissi a salire su un auto perchè ogni giorno che passa ricordo di aver corso per una decina di metri in più rispetto al giorno prima.
In Salta non ho abbandonato la mia natura da viaggiatore, sono andato anche a fare un giro nei dintorni in un deserto di sale, visitato la cittadina di puntamarca che è da poco stato eletto patrimonio dell'umanità dall'UNESCO, il tutto passando per una splendida vallata fiancheggiando con l'auto il tragitto di uno dei treni più alti del mondo.
Rivolata dei giganti
A quanto pare ogni volta che mi avvicino alla Bolivia mi ammalo (già successo in Perù e in Bolivia stessa), l'ultimo giorno a Salta ho avuto una leggera febbre passata in un pomeriggio che mi ha però lasciato una fastidiosa tosse. Arrivato a Cordoba decido di andarmi a fare una visita medica convinto per qualche strano motivo che gli Italiani non debbano pagare il dottore in Argentina, quando scopro che non abbiamo questa fortuna anziche andarmi a fare una probabile lunga fila al pronto soccorso vado dal dottore più vicino dell'ostello pensando di lasciare gli oneri all'assicurazione. La visita mi costa 40 pesos, nel sud dell'argentina una camera in ostello è più costosa, la diagnosi è faringite: antibiotici e sciroppo (costo delle medicine 160 pesos). Il giorno dopo torno dal dottore perchè mi fa una male cane il piede destro e si sta spellando: lo guarda e mi chiede se sono un mochilero (backpacker), mi dice che ho il piede d'atleta che è diffusissimo tra i viaggiatori zaino in spalla e che probabilmente lo ho preso camminando scalzo per l'ostello. Sono quattro mesi che mi metto calzini o ciabatte anche per fare mezzo metro onde evitare di contrarre funghi e mi chiedo come sia possibile... Flashback sulla piscina... §@#%$!

Quindi ora riposo forzato in Cordoba...

Adesso vorrei trovare qualche altra cretinata da scrivere perchè una volta pubblicato il post mi tocca fare la lavatrice...

domenica 31 ottobre 2010

In Patagonia hasta la fin del mundo

Via da San Pedro, destinazione La Serena.
Una notte in pullman e sbarco nella ridente cittadina di mare, o così mi aspettavo, il cielo è coperto di nuvoloni grigi, mi bastano pochi secondi di osservazione per decidere il da farsi.
Calle de Valparaiso
Rientro, faccio il giro delle compagnie e scelgo il bus per Valparaiso che parte più tardi in modo di poter visitare la città.
Altre otto ore di pullman.
Arrivo a Valpo che c'è ancora luce, trovo un ostello fantastico aperto da poco il cui proprietario entusiasta indica tutti i luoghi dove andare e dove non andare della città, alla fine la sera ho diviso una chorillana al ristorante con lui e i suoi amici, ottima cosa che mi ha permesso di passare una notte da chileno vivendo il paese più in una notte che in quanto avrei potuto fare in qualche giorno.
In questi giorni mi sono anche afflitto per decidere il mio seguente itinerario, ho cercato voli treni e bus, ragionato sui giorni e i luoghi da visitare, se andare li o meno. Alla fine decido di raggiungere Ushuaia, ultimo baluardo umano prima di dove la Natura con la sua impervietà ha scritto su una distesa liquida e solida di acqua "non plus ultra".
Sono 70 ore di bus: la mattina mi imbarco presto per Santiago e dopo due ore arrivo nella capitale cilena, ho tempo fino alle 22 per visitarla, dopo un bus in 8 ore mi fa attraversare il confine, altri due timbri sul passaporto gli auguri del poliziotto che ha notato che è il mio compleanno e nuovo paese, finalmente argentina.
Arrivo alla stazione dei bus di Mendosa alle 4 del mattino, pensando di poter prendere un bus verso l'ora di pranzo per Bariloche pazientemente aspetto su una panchina del terminal con la compagnia di un Argentino che strilla ad ogni bus che arriva: "Cambio pesos Argentinos Chileno, Cambio! Cambio!"
Sui tempi mi sbagliavo il primo bus per Bariloche parte alle 20 e arriva alle 13, amen, avrò più tempo per la città. L'aver dormito poche ore mi ha sfiancato e camminare per così tanto tempo non è facile, mi addormento su una panchina del parco.

Patagonia
Bariloche, sembra di stare sulle alpi, la città si affaccia su un lago circondato da vette innevate, il corso è pieno di negozi che producono e vendono cioccolata, alla fine non posso fare a meno di entrare in uno con una fontana di cioccolata e divorare ogni tipo di schifezza in vendita. Passate le cinque ore di attesa per il pullman mi imbarco nuovamente, 32 ore, partenza alle 20 del 26 arrivo previsto alle 3.45 del 28...

Ricordo che dopo poco meno di due mesi dalla mia partenza, quando stavo ancora in Nuova Zelanda, avevo calcolato il tempo speso su mezzi di trasporto quali bus e aerei, ed era circa una settimana, non oso immaginare ora quanto possa essere. Alla fine di questi sei mesi avrò passato due mesi dormendo e forse quasi altrettanti in autobus... Meglio non pensarci.

Sul bus siamo solo turisti, alla fine del viaggio ho tirato fuori la teoria che  gli Argentini anche se hanno parenti nel sud preferiscono lasciarli crepare la invece che ripetere il lungo viaggio.
Le 32 ore passano in fin dei conti in fretta, ormai sono abituato, la solita routine: film-dormi-guardi il panorama-dormi-leggi qualcosa-dormi-mangi-dormi, a far scorrere il tempo più velocemente ci pensa l'atmosfera che si va a creare con le persone che si sono avventurate insieme a me in questa ammazzata: come una piccola gita scolastica. Il tempo scorre e arrivo a El Calafate che quasi non voglio più scendere dal bus:
a) perchè credo sia il luogo in cui ho passato più tempo negli ultimi mesi
b) fuori fa un freddo cane sono le 4 e non ho alcuna intenzione di pagare un ostello per sei ore a prezzo pieno.

Perito Moreno preso mentre cade un pezzo più piccolo
Mi fermo una notte a El Calafate e il giorno dopo vado a vedere uno dei ghiacciai più famosi del mondo. Ho anche avuto la fortuna di poter ammirare un pezzo di ghiaccio staccarsi e cadere in acqua. Intendo, non un piccolo pezzo di ghiaccio o palline di neve che cadono in continuazione, ma uno grosso pressapoco come un pullman forse più grosso (ora che rileggo noto come lo ho paragonato ad un pullman ormai li vedo ovunque), si è staccato lentamente cadendo in acqua con un fragoroso boato propagando delle enormi onde come conseguenza.


Tornato a Calafate ho preso il primo bus diretto a Ushuaia, Tierra del Fuego, ultima città prima dell'antartide. Sono altre 18 ore, partenza alle 3 di notte. Attraversiamo lo stretto di Magellano con una chiatta che trasporta solo noi e il pullman, 500 anni fa per poco non morivano per attraversare questo canale e noi invece con una scrausa imbarcazione in meno di 10 minuti siamo dall'altro lato.
Il pullman, ahime, non è uno di quelli "sudamericanstyle" ma è uno normale, lo scomodo viaggio è ripagato dagli splendidi paesaggi che guardo dal finestrino, e dall'idea di raggiungere (quasi) la fine del mondo!

sabato 23 ottobre 2010

Dalla Bolivia in Chile



Al confine
L’ultima sera in bolivia è stata la più fredda,  nonostante il gelido vento che tirava sono uscito e ho cominciato a camminare tirando calci ai sassi guardando per l’ultima volta il cielo boliviano che a me sembra diverso da qualunque altro luogo.  Continuo a camminare senza una direzione, non ha importanza quando intorno hai il nulla, lo avevo già notato ieri pomeriggio nel salar, quando hai un territorio sconfinato tutto uguale limitato solo dall’orizzonte cominci a camminare senza fermarti. A farmi guardare indietro è il sole che è tramontato alle mie spalle lasciandomi quasi completamente al buio, mi tocca tornare indietro, fortunatamente ho la mia fantastica torcia Quechua con me. 
Cammino una mezz’oretta per tornare, il buio non crea problemi, vedo perfettamente lontane le luci dell’edificio che ospita il mio letto questa notte, inoltre a tenermi compagnia ho il rumore del vento gelido che mi soffia in faccia e della dinamo che devo azionare per tenere accesa la torcia. Mezz’ora di “gneek gneek gneek”  certa gente è diventata pazza così.  Quando mi trovo quasi alla mia meta sento qualche rumore intorno a me, fortunatamente non era un alpaca venuto a sputarmi ma la piccola volpe che girava dentro l’albergo a scroccare avanzi di cibo dai clienti, l’ho ribattezzata Rommel, è venuta da me nella speranza che abbia qualche biscotto da dargli, o anche che muoia congelato in modo che possa cibarsi della mia carcassa.
Valle della luna
Il giorno dopo alle 4.30 partiamo, la notte ha fatto meno quindici ci dice la guida e anche al momento della partenza siamo sotto lo zero, fino a San Pedro de Atacama mi sentirò le dita dei piedi congelate come quando scio. Facciamo un paio di soste in altre lagune gyeser e acque termali dopodiche mi scaricano alla frontiera. Già si nota da qui la differenza fra Chile e Bolivia: la frontiera non è altro che una casetta nel bel mezzo del deserto dove annullare il visto boliviano e  una sbarra prettamente inutile dovrebbe bloccare le auto, dico inutile perchè sono due giorni che andiamo nel deserto dove  la strada è ovunque non è che sia difficile aggirare questa frontiera, subito dopo la sbarra il cartello che segna dove passa la linea immaginaria che delimita il territorio boliviano, un metro dopo il cartello “Republica de Chile” e nell’esatto punto in cui è collocato comincia una nuova strada perfettamente asfaltata senza buche con le strisce ben dipinte.
L’autista mi lascia qui dicendo che devo prendere un certo bus che passerà fra un quarto d’ora, riparte con i francesi per portarli a Uyuni lasciandomi li ad aspettare vanamente. Dopo mezz’ora niente... Sono solo io i due soldati e qualche macchina che va a varcare la frontiera. Chiedo ai soldati se sanno quando arriverà. Mi dicono che è partito un’ora prima, quindi l’autista o non lo sapeva o ha fatto tardi e ha fatto finta di nulla. Pochi secondi di terrore per la mia sorte, poi mi riprendo e chiedo se passano altri bus, la risposta affermativa mi rilassa. Pagato il biglietto e senza problemi l’autobus mi porta in Chile, un’ora di tragitto su una strada normale è così confortevole che mi addormento.
Tramonto sulla valle della luna
Mi risveglio quando arriviamo all’ufficio immigrazione cileno, qua definitivamente rientro nel mondo civilizzato: uno scanner esamina il contenuto di ogni bagaglio, agli stolti che non sapevano vengono sequestrate le foglie di coca. Nella città mi sembra quasi incredibile vedere chileni che parlano inglese senza problemi, europei che lavorano, le donne con abiti normali invece che quelli tipici andini con cappelli da uomo e quando ti siedi al ristorante se un cane prova ad entrare lo cacciano fuori.
Torno dopo un mese, quindi, in un mondo civilizzato e quanto si nota la differenza. Già mi mancano i cibi preparati per strada, gente che ti vende la frutta appoggiata per terra, e i caotici mercati. L’unica cosa che mi è rimasta è il deserto. Pure il cibo è diverso. L’acqua del rubinetto è potabile!!! E non razionata!!! Doccia calda!!! Almeno riacquisto un po di comodità che avevo dimenticato negli ultimi giorni Boliviani.

giovedì 21 ottobre 2010

Salar de Uyuni

Miniera di Potosì
Dopo l'isla del sol vado a La Paz, Sucre e Potosì dove entro in una claustrofobica miniera, che scende di 700 metri nelle montagna, proprio nei giorni in cui tiravano fuori i cileni, la cosa mi rassicurava perchè per ogni evenienza il macchinario per tirarci fuori era pronto a poche centinaia di kilometri.
Isola al centro del Salar
Da Potosì mi dirigo a Tupiza una città i cui dintorni sono ricchi di paesaggi in pieno stile wild west, la cosa più bella della bolivia è che in poche ore di bus cambiano radicalmente gli scenari. Prendo il pullman la notte, sono 8 ore di viaggio. Subito noto che è un pullman differente: in primis non è uno di quelli comodi con tanto spazio per le gambe a cui il sud america mi ha abituato, non c'è neanche il bagno, non che uno non possa sopravvivere per otto ore senza un bagno ma la sua sola assenza fa si che non appena si chiudano le porte ti scappi nonostante tu abbia provveduto a disidratarti per bene mentre aspettavi, poi viene il resto, quando l'autobus è a pieno carico pronto per partire fa salire un'altra ventina di persone che si vanno a collocare nel corridoio... Dopo neanche un'ora dalla partenza abbandoniamo la strada asfaltata, il viaggio prosegue fra sobbalzi vibrazioni e inchiodate per evitare le buche più grandi, dopo qualche ora in quelle condizioni comincio ad avvertire un vago senso di nausea che accresce sempre di più fino a costringermi a tirare fuori la festa dal finestrino, non aver cenato mi ha salvato. Finalmente l'autobus si ferma all'"autogrill" per andare al bagno. Autogrill: una casa nel nulla con un bagno e qualche patatina in vendita, è qui che mi rendo conto che sono l'unico non boliviano sul pullman, la gente mi fissa come se fossi un alieno, un mese fa mi sarebbe preso un infarto per una situazione simile, ma ormai non mi intimorisco più e comincio a parlare con un tipo che ha una maglietta della roma.
Laguna de Canap
Dopo due notti da Tupiza mi dirigo a Uyuni, la strada è di nuovo sterrata ma almeno vedere il panorama mi aiuta a distrarmi dalla nausea e i passeggeri sono nuovamente alcuni in piedi e tutti boliviani. Nelle 8 ore di viaggio conosco un avvocato Boliviano che per la prima volta viaggiava nel sud del suo paese, scopro che il loro presidente guadagna 500€ al mese (e dopo aver visto la sua casa a La Paz la cosa non mi sorprende più di tanto) dopo ciò comincia a tartassarmi di imbarazzanti domande di qualunque tipo, ad esempio: "Sono più lontani gli stati uniti o l'Italia?" Facendomi anche notare l'ignoranza in cui verte il paese. Da qui entro anche nel deserto, la prima parte è montuosa, ogni tanto il pullman si ferma per scaricare qualcuno nel nulla o cambiare una gomma, abbiamo forato cinque volte ma sembrano abituati all'evenienza dato che in ogni città lasciano la gomma bucata a riparare in un'officina e ne prendono un'altra, probabilmente bucata il giorno prima. La seconda metà del viaggio non c'è neanche più quel vago lembo di terra che chiamavo strada, si procede in un piatto deserto sabbioso e sono abbastanza sicuro che il modo per orientarsi dell'autista fosse seguire le orme dei pullman passati prima.
 Arrivo a Uyuni punto di partenza per il tour del salar e varcare la frontiera con il Chile, la città è semplicemente un ammasso di agenzie che vendono i vari pacchetti viaggio, seguo i consigli di un italiano appena conosciuto e prenoto un tour di due notti. La sera ad Uyuni ho le prime avvisaglie del clima che mi aspetta: la notte la temperatura arriva a meno due, tanto che mi sono svegliato con le dita dei piedi ghiacciate. Anche qui docce neanche a parlarne, hanno l'acqua razionata e vogliono 50 bolivianos per fartela fare fredda.
laguna colorada
I miei compagni di tour sono quattro spocchiosi francesi per nulla contenti di avermi tra loro da quel poco che ho capito quando parlavano tra loro, non che io sia felice di trovarmi con quattro persone con cui non ho alcun modo di comunicare se non fargli un disegno. Il tour comincia con l'immenso Salar de Uyuni, una distesa  bianca di sale, di cui ho un ricordo giallognolo dato che sei obbligato a tenerti gli occhiali da sole. Si prosegue entrando nell'arida parte boliviana del deserto di Atacama, attraverdso acque termali e lagune colorate piene di fenicotteri. Qui la temperatura si fa più rigida e la notte scende a meno quindici, dato che alloggiamo in alberghi costruiti con mattoni di fango e paglia e anche il tetto è di paglia sono costretto a dormire con la giacca dentro il sacco a pelo, almeno dopo ciò si è rivelato un peso non inutile...

mercoledì 13 ottobre 2010

Bolivia: Isla del Sol

Non si trova ancora una connessione decente quindi non posso mettere le foto della bolivia quelle di questo post vengono da google

Di ritorno da Machu Picchu ho passato un'altra notte in Cusco, la sera dopo ho preso il bus per il Titicaca. Come suggeritomi da tanti backpackers anzichè fermarmi a Puno ho varcato il confine con la Bolivia e sono andato diretto a Copacabana. Alle sei del mattino l'autobus ci fa scendere e saliamo su un combi che in venti minuti ci porta al confine: una strada sterrata con una catenella a bloccare le auto e due soldati armati.
Sbrigate le  formalità burocratiche di confine e ottenuto un nuovo timbro sul passaporto un altro minibus ci porta alla città in riva al lago. Qui insieme ad una inglese ed una kiwi decido di andare a dormire per una notte sull'isla del sol anzichè nella città. I due giorni seguenti mi confermeranno che è stata una delle mie migliori idee degli ultimi mesi. Il lago Titicaca è immenso guardando in certi punti non si vede la terraferma sembra quasi un mare dall'acqua calma e tersa. La mia barca è lentissima, tutte le altre ci sorpassano e arrivano a destinazione in metà del tempo, mi consolo apprezzando il panorama, bello, ma in poche ore avrei visto di meglio. Dal porto una infinita scalinata porta alla cittadina, ci vogliono 20 minuti per farla fino al primo ostello, dove arrivo senza fiato (ricordiamo che il lago sta a quasi 4000m slm) non ho alcuna intenzione di cercare un alloggio e chiedo il prezzo di una camera: 25 bolivianos!!! il cambio con l'euro è quasi 1 a 10!! Una tedesca chiede dopo di me il prezzo in inglese e per lei sono 30!!! Fantastico, camera privata con vista sul lago. Questo è un'altro di quei luoghi dove la gente vive fuori dal mondo: niente acqua corrente, una fonte di acqua potabile sgorga nel porto a pochi metri dal lago. Donne e muli si caricano sulla schiena su e giu per tutto il giorno taniche di acqua e sacchi di cibo per riempire le riserve delle case, gli uomini coltivano le patate allevano i lama o anche loro sulla schiena si caricano dal porto sacchi di cemento e altri materiali edili, l'isola ha infatti da poco scoperto la ricchezza del turismo, le case si sono trasformate tutte in pensioni per noi economiche e per far fronte alla crescente domanda si stanno costruendo altri edifici destinati ad ospitare e rifocillare turisti, insomma ho potuto ammirare una bellezza naturale prima che l'uomo la distrugga per permettere a più persone di ammirare quello che non ci sarà più.
Conosco una coppia di inglesi e con loro mi dirigo verso le rovine dell'isola, dopo una breve camminata le vedo da lontano e non mi accattivano, decido quindi di lasciare le due inglesi da sole e comincio a salire i terrazzamenti, l'isola è completamente terrazzata, fino alla cima. Il monte nascondeva dall'altra parte una bellissima baia, un fiordo norvegese in miniatura,  in quel momento ho deciso che avrei speso più di una notte sull'isola. Nel frattempo noto un pastore boliviano che come me stava seduto a fissare l'orizzonte, il poveretto probabilmente voleva starsene un po in pace dopo una giornata di duro lavoro ma io del tutto noncurante di questa eventualità mi sono seduto vicino a lui e ho cominciato a parlarci, dopo i primi convenevoli gli ho chiesto cosa si coltivasse sull'isola ed in quel momento lui ha cominciato una dissertazione di 10 minuti sulle patate, sapeva tutto delle patate...
La sera vado a cena con un gruppo di londinesi, inutile dire che la conversazione è finita su Londra escludendomi dalla conversazione.
Mi sono rifatto uscendo dal ristorante, data la totale assenza di luci sull'isola e l'enorme distanza che la separa da ogni altro centro abitato, in cielo si possono ammirare una quantità inimmaginabile di stelle, alcune sembrano più grosse delle altre, ma dopo una più attenta osservazione si può notare che sono semplicemente più stelle vicine.
Il meglio doveva ancora venire,il giorno dopo  mi sveglio con le galline all'alba, la mia camera si affaccia ad est e le leggere tende non impediscono al sole appena sorto di irradiarla. Faccio colazione e mi metto subito in marcia per raggiungere la punta nord dell'isola, ci vorrebbero tre ore ma dopo circa metà del tempo che mi arrampicavo sui terrazzamenti sento la fatica e torno indietro, dopo una settimana ancora non mi sono abituato all'altitudine. Tornato a ¨casa¨ mi metto sul terrazzo a scrivere sul moleskine e a cucire le bandiere sullo zaino. Ieri il panorama era una bellissima distesa azzurra con un altro isolotto al centro e l'orizonte oscurato dalle nuvole. Adesso qualcosa è cambiato: fortunatamente isolotto e lago sono ancora al loro posto, ma in più le nuvole si sono diradate, in lontananza al centro della mia visuale ci sono quattro frastagliati picchi innevati tagliati a metà da qualche nuvoletta, circondati da brulle colline bruciate dal sole, il ragliare di qualche asino in lontanza aggiunge colore al panorama.

Qui probabilmente ci andrebbe qualche frase a chiudere il post ma non la trovo